La Domus Aurea sorse sulle ceneri del terribile incendio del 64 d.C.,
che distrusse gran parte della città di Roma (dieci delle quattordici
regioni augustee) e che Nerone vide intonando la caduta di Troia
dalla Torre di Mecenate sull'Esquilino.
La fastosa residenza del
principe, affidata alle cure degli architetti Severo e Celere,
venne ad occupare quasi tutto il centro di Roma, cancellando case
e edifici pubblici, in un'area di circa ottanta ettari, compresa
tra il Palatino, l'Esquilino, l'Oppio e il Celio, includendo in
essa un lago vasto "quasi come un mare" (lo stagnum Neronis) e
"edifici grandi come città", sì da meritare l'appellativo di Aurea.
L'impressione suscitata presso i contemporanei fu tale da oscurare
il ricordo della casa precedente (ricordata dai biografi di corte
come la Domus Transitoria, ad indicare la sua funzione
di collegamento tra il Palatino, sede ufficiale del principe,
e i possedimenti imperiali dell'Esquilino) e da ispirare i famosi
versi satirici "Roma è oramai una sola casa: migrate a Veio,
o Quiriti, se questa casa non occuperà anche Veio".
Se il mondo romano aveva già acquisito, negli anni delle guerre
di conquista, la moda ellenistica dei grandi peristili colonnati,
dei regali saloni di rappresentanza e dei lussureggianti giardini
esotici, introdotta a partire dalla fine del II secolo a.C. nelle
ricche case di città come nelle lussuose ville di campagna, pure
del tutto innovativa risultò la concezione d'insieme della Domus
Aurea, nelle proporzioni e nel lusso degli ornamenti, per questo
accostabile solo alle regge dinastiche orientali e ai palazzi di
corte di Alessandria d'Egitto.
Da questi modelli, e dalle ideologie
che li avevano ispirati, Nerone derivò la visione assolutistica del
potere imperiale, che lo spinse a raffigurare se stesso nelle
sembianze del dio Sole nella famosa statua del Colosso bronzeo,
alta più di trentacinque metri, posta ad ornamento del vestibolo
della nuova casa, sul luogo dove più tardi sorgerà ad opera di
Adriano il Tempio di Venere e Roma.